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Gli addii non esistono. Lo spazio-tempo si curva su se stesso. Lo spazio della memoria è il tempo dell'espressione. L'esperienza antica è attuale consapevolezza. Il verbo dell'illusione è il gesto del riscatto. La maschera è il volto. L'anima e il corpo trasfigurano vicendevolmente. Chi guarda appare in chi è visto. Chi siede nell'oscurità è specchio di chi si erge nella luce della propria luna. Il mondo delle fronde e del silenzio appare indifferente, ma rimane interiore. La coscienza scopre, con affanno, desiderio e sollievo, di potersi effondere al di fuori del cerchio che la condanna; di potere cercare il già trovato e perdere il legame col necessario, accerchiando il superfluo. Il pulsare delle tempie scandisce il ritorno all'eterno, e tutto il lessico, tutto lo scibile, è inscritto tra due punti di una retta. Per un breve tratto di giorno, abbiamo vagato nel vuoto che riempie il respiro e ne soffoca il movimento, senza badare a chi fosse a spingere e chi a opporre resistenza. Ma l'ostacolo è interno, e un saluto di sangue può coincidere con la guerra che trascende l'inerzia del mito, con lo sforzo d'immobilità decisivo per scavalcarlo o scardinarne la ragion d'essere. Non si possono usare parole per dire lo sguardo, o pensieri per accompagnare il canto. E' necessario e sufficiente guardare, cantare. Dire addio, curvarsi. Esistere infinitamente. Riempire il proprio spazio. Prendersi il proprio tempo. Ricordarsi di dimenticare. Andarsene. Restare.