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Si vuole dare una rappresentazione surreale dello spettacolo modificando  di continuo la scena attraverso una scenografia centrale simile alla sezione di una conchiglia rovesciata. In questo modo i personaggi si relazionano sempre su piani verticali diversi e un particolare effetto di luce neutralizza a tratti l’intera struttura a tal punto da dare l’effetto che i personaggi stiano realmente volando. 

In sostanza tutte le connotazioni dell’autore sui personaggi che cadono su particolari menomazioni fisiche (lo zoppo, il cieco) si oggettivizzano in percorsi sensoriali simili alle strade che non si trovano , alle strade interrotte evocando l’idea della grande tradizione tragica delle strade della morte, del crocicchio di in cui Amleto incontra colui che scoprirà suo padre, in cui Macbeth vedrà le streghe. Tutta la questione sulla strada giusta e quella sbagliata è un mero pretesto drammaturgico che il regista vuole ulteriormente sottolineare elevandolo ad uno stato ancora più mentale che fisico, in quanto i personaggi volanti sono chiaramente perennemente vaganti uno spazio senza tempo. 

Ma vediamo cosa rimane alla fine dello spettacolo; si intravede la collina del Golgota, dove campeggia la struttura la cui base è simile a grosse arterie umane grondanti di sangue, guardando più in su brandelli di pelle umana, organi, occhi, teschi sbilenchi sembrano tutti formare tante macabre maschere  rivolte verso due sagome nere cornute che si ergono in cima alla struttura. Sono le teste mozzate di due pecore, una bianca e una nera. 

I grandi mantelli pendono sollecitati dal vento che si scopre essere quella musica provenire da tre cadaveri seduti sulla panchina. Si intravede la luna dietro il gioco dello zoppo che si ostina a lacerare le pelli come un gatto che si rifà le unghie, come un gatto senza gambe che si vuole alzare in piedi.