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Salsi colui. Storie sepolte”

con:

Mariangela Berazzi, Nino Racco, Nando Brusco, Giovanni Battista Gangemi,

 

Piccola Orchestra Popolare “O. Panzillo”

(Bruno Paura,Massimiliano D'Alessandro , Luca Di Muzio, Paolo Castelllito)

 

Musiche e arrangiamenti: Bruno Paura, Nando Brusco

 

Drammaturgia di Maria Ficara

 

Regia di Vincenzo Mercurio

 

La storia della Baronessa di Carini non è solo il racconto di un antico "femminicidio" ̶ per usare un termine attuale ̶ se non addirittura il primo componimento, sul tema, a sopravvivere per secoli in forma orale per poi approdare ai versi di una ballata dal gusto romantico che è arrivata fino a noi. A guardarlo bene, il racconto parla anche di una storia di sopruso del potere, che calpesta i deboli e sfugge alla punizione. Parla di tutti coloro che hanno perso la vita per mano di qualcuno che si è arrogato il diritto divino in nome di una qualsiasi “legge del più forte” .Il racconto del fatto non è solo il lacrimevole ritratto di una vittima che porta un monito contro la violenza sulle donne o su un altro essere vivente; esso si insinua anche tra il bianco e il nero della storia e della società, tra le leggi degli arroganti e coloro che soccombono per aver seguito un impulso di libertà.  È memoria, contro l'oblio che vuole coprire tutto, lapide di marmo su una storia personale e collettiva. Il racconto è la forma più semplice di sopravvivenza della memoria, e anche un racconto di secoli fa finisce col parlarci, ancora oggi, di vicende più recenti, di territori diversi ma non lontani, di meccanismi differenti ma simili. L’ultimo “quadro” della rappresentazione si fa contemporaneo, e una voce parla con la voce di molte. Possono chiamarsi Lea, Giuseppina, Maria Concetta, ma anche Franca e Rita, o non avere nome perché si è perduto anche quello, ma soprattutto, l’intera riflessione vuole suscitare domande, affinché si esercitino dubbi e interroghino contraddizioni. E si dia uno sguardo a chi si oppone alle regole degli arroganti non come a vittime isolate del destino che loro toccava, ma come a ombre familiari, nei cui tratti c’è anche qualcosa di noi. Della loro fine, della fine di molte vite, qualcuno sa. Da qui il titolo scelto, due semplici parole, ma eloquenti, tratte da una famosa risposta di un’ombra al poeta che la interroga. La struttura dello spettacolo parte da una narrazione di tre momenti scelti di una storia individuale che sarebbe passata all’oblio se non fosse stata raccolta da una tradizione secolare, e che si può ridurre a tre semplici elementi di partenza: la nascita, il matrimonio e la morte della Baronessa di Carini. Ridotti all’essenzialità, i tre momenti sono già eloquenti: la nascita di una femmina, le nozze a soli 14 anni, la morte per uccisione. Già questi tre passaggi potrebbero essere il canovaccio di mille storie attuali: dalle mogli-bambine dei paesi del terzo mondo, all’uxoricidio come esito di possesso, sopruso e violenza domestica in quelli occidentali, ma anche, nel meridione d’Italia, i matrimoni combinati tra famiglie mafiose che decidono così di suggellare alleanze convenienti. La riduzione al minimo di una storia antica e ben conosciuta quale quella della Baronessa di Carini dialoga con il presente attraverso alcune scelte di composizione: i personaggi della storia sono ridotti a quelli chiave, come le invariabili di una favola. Ogni personaggio “scelto” è il narratore di una tappa della breve vita di Laura. E allora un uomo di potere, una donna e un religioso sono il padre, Laura e il monaco della ballata siciliana; contemporaneamente essi sono allegorie dell’autorità, della scienza e della fede nello specchio della Storia ufficiale. Il mezzo millennio trascorso nel progresso umano e sociale dalle date scelte come ispirazione si pone in maniera assai stridente con quello che ancora accade: la storia di donne uccise. Mentre il potere, la scienza e la religione hanno personaggi storici tutti maschili e vestiti degli eventi che rappresentano, infatti, all’unica figura femminile sono negate azioni altisonanti o memorabili, è protagonista della sua stessa vicenda solo come marionetta mossa da altri. La si vuole associare all’arte, e all’unico elemento che la Storia non è capace di ricordare: la libertà del sentimento, della volontà e della ribellione. Poche parole pronunciate dalla protagonista femminile sono l’unico riscatto di tante vite soppresse, che solo la memoria può onorare.

Maria Ficara

Drammaturga Teatro Proskenion